Biografia

Chi era Sibilla Aleramo?

LA VITA

Sibilla Aleramo, pseudonimo di Rina Faccio, fu una figura centrale nel panorama culturale italiano del XX secolo. La sua vita fu un'ode alla libertà e all'espressione, con le sue opere che esploravano tematiche profonde legate all'identità femminile, alla maternità e al desiderio di indipendenza. Attraverso la sua scrittura, Aleramo divenne voce di un'epoca di cambiamenti e sfide.  È la prima di quattro figli, abituati a viaggiare per seguire l’attività del padre Ambrogio, un ingegnere dal carattere volubile. Nel giro di dieci anni si trasferiscono prima a Vercelli e poi a Milano, dove Rina frequenta le scuole elementari. Nel 1881 raggiungono Porto Civitanova Marche, dove il padre assume la direzione di una vetreria. La bambina vive una giovinezza libera, coltivando interesse e ammirazione per il lavoro del papà. A soli dodici anni lo affianca in fabbrica, in veste di segretaria e contabile: sarà per lei una posizione privilegiata per osservare da vicino il mondo del lavoro e sviluppare quel senso di indipendenza che l’accompagnerà negli anni a venire. Vive il lavoro come una missione, rifiutando le attività solitamente assegnate alle ragazze della sua età, già dedite alle faccende domestiche e desiderose di creare una famiglia. Il percorso intrapreso la fa sentire ancora più distante dalla madre Ernesta, che considera una persona dal temperamento debole e malinconico. La frattura diviene più profonda quando la mamma – afflitta dalla depressione – tenta il suicidio, per poi scivolare lentamente nella malattia mentale che la porterà al ricovero in un manicomio, da cui non uscirà più.

Spezzare la catena

A quindici anni Rina si trova a gestire i fratelli e la casa, senza abbandonare l’impegno in fabbrica. Il nuovo equilibrio viene infranto da Ulderico Pierangeli, impiegato del padre, che la corteggia a lungo in modo insistente e poi la violenta. Nel 1893 cercò di aggiustare la situazione con un matrimonio riparatore, che, però, non migliora nemmeno con l’arrivo del figlio Walter, che ama teneramente. A quel punto, la cittadella marchigiana diventa una prigione, il marito un carceriere, geloso e distante dalla profonda sensibilità di Rina, che si sfoga con la scrittura. Lei inizia a collaborare diverse testate, tra cui la Gazzetta letteraria, L’Indipendente di Trieste e il giornale femminista Vita Moderna, avvicinandosi ai primi movimenti per l’emancipazione della donna che si accendono alle soglie del XX secolo. Nel 1899 si trasferisce a Milano con il marito e il figlio. Licenziato dalla fabbrica marchigiana, Ulderico tenta di avviare un’attività commerciale che non avrà fortuna. Rina trova, però, terreno fertile per riprendere contatto con le proprie aspirazioni: dirige L’Italia femminile, settimanale di stampo socialista con cui collaborano donne come Maria Montessori e Matilde Serao. L’esperienza milanese s’interrompe bruscamente con il ritorno a Civitanova, dove il marito assume la direzione della fabbrica prima in capo al padre. La depressione s’impossessa di lei, portandola a compiere lo stesso gesto della madre. È il momento in cui decide di fuggire, rinnegando la condiscendenza che converrebbe ad una donna sposata. Abbandona la famiglia e si trasferisce a Roma. Il figlio resta con il marito, segnando per Rina una rinuncia dolorosa ma necessaria: decide di spezzare la “mostruosa catena” che impone alle donne il sacrificio di sé, come una dote ereditata di madre in figlia. Dimostra che per onorare la vita non è necessario abdicare a se stesse.

Da "Rina" a "Sibilla Aleramo"

Nella capitale, Rina intreccia una relazione con il poeta Giovanni Cena, direttore della Nuova Antologia, per cui lei inizia a collaborare sotto pseudonimo. Sarà proprio il nuovo compagno a suggerirle il nome “Sibilla”, che Rina adotta aggiungendo il cognome Aleramo come richiamo alle proprie origini piemontesi. Inizia a scrivere dell’infanzia, trasformando i diari in pubblicazioni che riscuotono un grande successo. L’opera autobiografica Una donna (1906) è il primo manifesto letterario femminista in un’Italia ancora timorosa e arretrata rispetto allo scenario europeo. Sibilla racconta in prima persona, mette a nudo fatti, paure e riflessioni profonde e personali, segnando un approccio inedito teso tra scandalo e acclamazione. Inizia a frequentare Parigi, dove incontra Gabriele D’Annunzio. La sua “terza vita” è un susseguirsi di legami più o meno brevi con intellettuali e artisti italiani, tra cui Giovanni Papini, Umberto Boccioni, Salvatore Quasimodo, e un’intensa relazione di due anni con Dino Campana, conclusa dal ricovero del poeta in un manicomio.

 

La "quarta" vita

Nel 1933 si iscrive all’Associazione nazionale fascista delle donne artiste e laureate, un’adesione discussa, ma necessaria per il contesto in cui si muove. Ha ormai sessant’anni, quando vive l’ultima passione per il poeta ventenne Franco Matacotta, con il quale, nel 1946 decide d’iscriversi al Partito Comunista Italiano. Continua coltivare i diari, che saranno in parte pubblicati postumi, preservando la naturalezza che contraddistingue la sua figura e la sua prosa. Dopo una lunga malattia trascorsa in solitudine e ristrettezze, il 13 gennaio 1960 Sibilla muore a Roma.


Ecco qui un film che racconta la storia vera e tormentata della relazione tra la scrittrice Sibilla Aleramo e il poeta Dino Campana:

https://www.raiplay.it/programmi/unviaggiochiamatoamore?wt_mc=2.www.cpy.raiplay_prg_Unviaggiochiamatoamore.